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Silvio Soldini: intervista

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Intervista a Silvio Soldini

Com'è nata l'idea del film e come si è sviluppata?
C'era il desiderio di raccontare un personaggio femminile che non avesse drammi esistenziali o frustrazioni. Un personaggio semplice, che non fosse guidato nelle sue scelte da una particolare necessità di evasione. Una casalinga contenta del suo ruolo, che avrebbe probabilmente continuato a svolgere se non fosse stata travolta dagli eventi. E noi semplicemente volevamo essere dimenticati con lei nell'Autogrill e fare insieme a lei il viaggio dentro una parte di se stessa che non conosceva.

Vi ha conquistato l'idea di raccontare delle vite "pesanti" che acquistano leggerezza attraverso gli eventi?
Sì, e trovo insopportabili i personaggi strutturati come delle macchiette. Mi piace raccontare dei personaggi penalizzati dall'apparenza, che non mostrano ciò che sono realmente. Dietro al marito italiota che porta la famiglia a Pompei con un viaggio organizzato, dietro il cameriere burbero, dietro alla casalinga sognatrice c'è una verità.

Perchè racconta sempre storie di donne?
Semplicemente perché le donne non lo fanno, e non lo fa quasi nessuno a dire il vero. Non faccio altro che appropriarmi di un territorio libero. Amo costruire dei personaggi femminili perché mi incuriosiscono e perché attraverso il loro coraggio posso raccontare meglio alcuni aspetti della vita. In realtà poi in questo film ci sono anche dei personaggi maschili forti.

Come ha fatto a mantenere il legame tra la storia e i diversi generi che attraversano il film?
Non mi sono mai posto il problema di mantenere quest'equilibrio. La chiave è quella di raccontare la verità dei personaggi nei minimi particolari. Alla fine è il film, attraverso le sue mille energie diverse, che ti dirige e ti trascina, e non il contrario. Per raggiungere questi obiettivi è molto importante anche il clima che si crea intorno alla lavorazione: avevamo affittato una casa che abbiamo diviso in 40, vivendo, cucinando e mangiando insieme. Dalla nostra convivenza è nata un'energia che si è riflessa sul lavoro fatto sul set.

Come è avvenuto l'incontro tra lei e Bruno Ganz?
E' avvenuto un anno e mezzo fa, in occasione di un viaggio promozionale di Bruno in Italia per presentare il film di Angelopolus. Quando gli è stato chiesto con quale regista italiano avrebbe voluto lavorare ha fatto il mio nome, parlando del mio precedente film "Le acrobate". In quel momento avevo appena finito di scrivere la sceneggiatura, il personaggio di Fernando era già pronto e mi è parso perfetto per lui. Sono andato a trovarlo a Zurigo per fargli leggere il copione e lui è rimasto colpito dalla figura di questo cameriere di origini islandesi con un accento italiano un po' sporco.

In questo ultimo periodo c'è un ritorno del cinema italiano ai finali positivi, così come nel suo film. Come lo spiega? Sono cambiati i tempi?
Sinceramente dieci anni fa non avrei mai fatto un finale così. Mi sono accorto negli ultimi tempi dell'importanza di quello che lasci allo spettatore alla fine di un film. Da spettatore non mi piace uscire da un cinema con meno voglia di vivere di quando sono entrato.

F.P.

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