Tu sei qui: Home / Letteratura / Autori / Dante Alighieri / Henri Pirenne - La situazione politica dell’Italia nel secolo XIII

Henri Pirenne - La situazione politica dell’Italia nel secolo XIII

da: Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Firenze, 1956.

 

 

Paragonata al resto dell’Europa occidentale, l'Italia si caratterizza, dopo l’XI secolo, come la terra delle città. In nessun luogo sono così numerose e così attive, ed in nessun luogo hanno un'importanza così preponderante. A nord delle Alpi, anche nelle regioni dove esse sono più sviluppate, come nella Fiandra e nei Paesi Bassi, esse sono ben lungi dal dominare tutto il movimento sociale; la nobiltà e le classi rurali conservano accanto ad esse la loro esistenza indipendente ed i loro interessi particolari. In Italia tutto è sottoposto alla loro azione o vi concorre. La popolazione rurale è sottomessa e non lavora che per esse; la nobiltà vi possiede i suoi «palazzi» merlati e sormontati da torri, il cui aspetto contrasta tanto violentemente con i castelli dei baroni del nord sparsi nella campagna, quanto l’esistenza dei loro abitanti con quella della cavalleria settentrionale.

Occorre senza dubbio attribuire questa concentrazione sociale nelle città al permanere della tradizione antica. L’organizzazione municipale romana si era troppo profondamente radicata in Italia, vi aveva troppo riunito ed ammassato il popolo intorno alle città perché, al momento in cui queste si risvegliarono sotto la spinta del commercio, non riprendessero subito una posizione del tutto dominante. La vita municipale ritorna dunque così preponderante nella Lombardia e in Toscana come lo era stata nell’antichità. Ma se le condizioni materiali sono presso a poco le stesse, lo spirito è mutato. Il municipio romano non godeva di un'autonomia locale subordinata alla potenza formidabile dello Stato. La città. italiana del Medioevo, nel nord e nel centro della penisola, per lo meno, è una repubblica.

Dall’XI secolo, la classe mercantile e industriale che comincia a formarsi trae vantaggio dal conflitto ira il papa e l’imperatore, per sollevarsi contro i vescovi e strappar loro l’amministrazione delle città. I primi comuni italiani sono stati giurati dai “patarini” in mezzo ai disordini della guerra delle investiture e all’esaltazione mistica.

La loro origine è puramente rivoluzionaria e dalla loro nascita hanno contratto le abitudini di violenza che li caratterizzano fino alla fine. Di buon grado o no, il comune si impone in ogni città all’insieme della popolazione ed i suoi consoli elettivi, come gli scabini delle città belghe, possiedono nello stesso tempo il potere giudiziario e l’amministrativo. Ma, a mano a mano che la borghesia si sviluppa, i contrasti sociali si accentuano, ed i partiti si formano secondo gli interessi divergenti che vi si trovano in contrasto. I nomi che li designano fanno conoscere abbastanza bene la loro natura. Quello dei «grandi» si riferisce alla nobiltà cittadina alla quale si associano molti mercanti arricchiti; quello dei «piccoli» comprende le corporazioni di artigiani di ogni specie, il cui numero si moltiplica in proporzione all’aumento della prosperità. L assenza di un potere principesco, superiore ai partiti e capace di moderare le loro lotte, dà alle dispute nate fra i due gruppi sulla questione delle imposte e dell’organizzazione del potere municipale, un’asprezza e un accanimento che non presentano altrove. A partire dalla metà del XII secolo, la guerra civile diviene una epidemia cronica, Se vincono i grandi i piccoli sono massacrati senza pietà ; se i primi soccombono, vengono scacciati dalla città e si distruggono le loro case od i loro palazzi ; questi, poi, attendono l’ora della rivincita, si stabiliscono nella campagna vicina, e saccheggiano e molestano i loro compatrioti.

Generalmente questi uomini banditi dalla città trovano protezione ed alleanza in una città vicina. Infatti, se la guerra dura in permanenza in seno alle borghesie, in generale domina anche i rapporti delle città. Costituendo altrettanti centri economici indipendenti, ognuna di esse non pensa che a sé, si sforza di assoggettare i contadini e le popolazioni dei dintorni all’obbligo di rifornirle, cerca con ogni mezzo di costringere il transito dei dintorni a confluire verso di sé, cerca di escludere le sue rivali dal suo mercato e di togliere loro, se possibile i loro sbocchi. Così l’urto di interessi è altrettanto violento al di fuori che all’interno. Il commercio e l’industria si sviluppano in mezzo ai combattimenti. In tutti questi piccoli mondi chiusi e cinti di mura, che si scrutano dall’alto delle loro torri, la loro energia si prodiga con lo stesso vigore a produrre ed a distruggere. Ogni città immagina che la sua prosperità dipenda dalla rovina delle sue rivali. Ai progressi dell’economia cittadina corrisponde una politica di particolarismo municipale sempre più limitato e feroce. Gli odi non hanno tregua che per l'incombere di un pericolo comune. Sono state necessarie le minacce la brutalità di Federico Barbarossa per riunire contro di lui la Lega Lombarda e giungere alla vittoria di Tagliacozzo. (…)

L’accanimento dei partiti a distruggersi non impedì loro di pensare ai mezzi per rafforzare il governo municipale. Dalla seconda metà del XII secolo si cerca di renderlo indipendente dalle lotte civili affidandolo ad un podestà. Il podestà è. Per così dire, un principe temporaneo che il comune dà a se stesso e che, per garantire la sua imparzialità e la sua indipendenza nei riguardi dei partiti, si sceglie in un comune straniero. Ma poi l’istituzione non dette i risultati che si erano attesi. Quasi sempre i podestà furono obbligati, per far rispettare il loro potere, ad appoggiarsi ad una delle fazioni nemiche. In qualche città riuscirono, dal XIII secolo, ad impadronirsi sia con l’astuzia, sia con la violenza, grazie alla debolezza generale, dell’autorità suprema ed a fondare quelle tirannie che dovevano, nel Rinascimento, avere un’importanza considerevole. Penso qui agli Scaligeri di Verona ed ai Visconti di Milano.

Il fermento politico e sociale delle città italiane non mancò di influire sulla loro vita religiosa. Il misticismo e l’eresia vi si diffondono nello stesso tempo e danno un nuovo alimento alla febbre che li infiamma. S. Francesco d’Assisi è figlio di un mercante, e l’ordine dei francescani trovò nelle borghesie il suo vero campo di azione. Ma vi abbondavano anche i Catari, i Fratelli del libero spirito, i Valdesi. (…)

Non si può dubitate che l’eresia abbia reclutato la maggior parte dei suoi adepti tra gli operai occupati nelle industrie d’esportazione. Come in Fiandra, la si trova già potentemente sviluppata in Italia nel XIII secolo e, sempre come in Fiandra, ha per conseguenza la formazione di un vero proletariato operaio. I tessitori di Firenze, la grande città dell’industria dei tessuti del mezzogiorno, corrispondono, come quelli di Gand, di Ypres o di Douai, al tipo. usuale dell’artigianato cittadino. Invece di lavorare per loro conto, essi sono semplici salariati, impiegati dai mercanti. Il capitalismo nascente li sottomette al suo influsso; la sua forza e la sua azione aumentano via via che il commercio estende l’esportazione cittadina. Dalla prima metà del XIII secolo le stoffe fiorentine si diffondono in tutto l'Oriente ed i mercanti della città lo riforniscono di lana d’Inghilterra. Una simile attività manifatturiera presuppone evidentemente un grado già considerevole di sviluppo capitalistico. Le ricchezze accumulate dal commercio delle mercanzie si accrescono ancora col commercio del denaro. I cambiatori (banchieri) senesi e fiorentini si diffondono, nel corso del XIII secolo, in tutto l'Occi­dente, dove li designano con quel nome di Lombardi che, nell’inglese moderno, resta ancora legato a certe operazioni di prestito. (…)

La situazione sociale dei banchieri e dei mercanti italiani ebbe come conseguenza di riavvicinarli alla nobiltà al punto di confonderli talvolta con essa. Questo processo fu tanto più rapido in quanto la nobiltà italiana, invece di vivete in campagna come quella dell'Europa settentrionale, aveva la sua residenza nelle città. Già alla fine del XII secolo si vedono nobili che si interessano alle operazioni commerciali, mentre dei mercanti divengono nobili. In breve, sotto l’influenza del capitale, la linea di divisione, che però resta così netta tra le classi giuridiche, si attenua al punto di quasi scomparire in Italia nel corso del XIII secolo. Si forma una aristocrazia per la quale la condizione sociale ha più importanza del sangue e nella quale il valore individuale è superiore al pregiudizio di nascita. La vita sociale e più sfumata, la vita politica più individuale. L’ambizione di ciascuno ha prospettive più illimitate; ci sono meno convenzioni, meno caste, più umanità ed anche più passioni. Anche qui Firenze è alla testa di tutte le altre città. Ed è onore immortale del suo popolo quello di aver dato i natali e formato quel genio a cui il mondo deve ciò che il Medioevo ha prodotto di più grande insieme alle cattedrali gotiche di Francia: la «Divina Commedia».